Piziarte Contemporary Art

ARIANNA PIAZZA

a cura di Manuela e Patrizia Cucinella
testo critico di Valeria Cassol









PiziArte galleria d'arte contemporanea Teramo

Arianna Piazza "cavolfiore" 2009
acrilico su tela cm. 100 x 120











Arianna Piazza "S.T." 2007
tecnica mista su tela cm. 80 x 120











Arianna Piazza "disinfettante" 2008
acrilico su tela cm. 100 x 150











Pittura di forme.

L'opera di Arianna Piazza si presenta così, come un lavoro continuativo di studio della forma in un processo di trasformazione di un qualcosa mai troppo uguale a se stesso, ma neppure troppo diverso. E' un lavoro che si potrebbe definire di "evoluzione della forma". E non a caso infatti l'origine di tutta l'opera sta nell'interesse per quelle forme viventi che stanno all'origine della vita o che comunque mantengono un aspetto poco articolato, primordiale. E' il caso delle cellule, dei batteri, dei virus, ma anche degli invertebrati, in particolare delle meduse, delle lumache marine - dei cosiddetti "branchiati" - e infine degli insetti. Si guarda alla scienza, a ciò che la scienza ha permesso di conoscere, a ciò che ci ha mostrato del nostro mondo, a quella scienza che ha portato a galla tutto un mondo sconosciuto. Essa non viene dunque indagata nei suoi principi e nelle sue teorie, bensì in ciò che ha reso visibile. L'artista si interessa di forme e colori e se si rivolge alla Microbiologia è solo per indagare meglio questo mondo infinitamente piccolo ma ciò nonostante così ricco di immagini. E' solo per farsi affascinare da chi forma e colore sa "fare" esattamente e meravigliosamente. Questa Natura che nella sua continua evoluzione offre e offrirà sempre creazioni magnifiche. Il pennello della Natura.
La scienza viene presa dunque come puro pretesto; nessuna dichiarata posizione pro o contro essa, perlomeno apparentemente. Ma è proprio così?

Protagonista assoluta dei quadri è sempre la forma. Forma che si spinge sempre ai limiti della figurazione senza mai raggiungerla. Cioè noi non vediamo una semplice forma, ma neppure una figura ben precisa. Non possiamo dire di vedere un "cavolfiore", un' "infezione", un "disinfettante" o una "scarpetta" nella loro morfologia specifica, ma neppure di non riconoscere nulla. Spesso si possono intravedere paperi, polmoni, o fegati, o "qualcosa di simile a". La forma non è mai completamente irriconoscibile, mentre non si riconosce una figura precisa. E qui sta un vero e proprio gioco di ibridazione, di mescolanza, di creazione fantastica. E tutta l'opera di Arianna Piazza è intrisa di questo gioco: giocare a inventare nuove formazioni, nuovi organismi, nuove "cose" che non esistono ma che esistono invece in una continua evoluzione autonoma dal mondo (ma non troppo).
Come in una continua "evoluzione scientifica del fantastico".

Come la Natura "gioca" al bricolage [Francois Jacob, Il gioco dei possibili, p. 61], così l'artista gioca alla creazione fantastica. Due mondi paralleli, ma non entrambi possibili. La Natura gioca cioè col virtuale, la pittura no. Essa si evolve storicamente in un modo, ma che è uno dei tanti in cui avrebbe potuto evolversi. Tutti quelli esclusi rimangono cioè virtualmente possibili. La pittura di Arianna Piazza invece non può essere virtuale perché resta entro l'ambito della fantasia. Non presenta uno dei vari modi in cui avrebbe potuto evolversi la Natura, semmai presenta uno dei tanti modi in cui può evolversi la "fantasia della Natura". E' creazione che resta sempre su un piano autonomo, autosignificante. Non parte da premesse scientifiche reali, ma lavora semplicemente sul piano della fantasia. Per questo è un gioco. E per questo non può essere fantascienza. Il "fantastico" cioè non è qui in quanto fantascientifico, ma in quanto fantasioso. Non ci sono congetture specifiche o assiomi pseudoscientifici sui quali una fantascienza può nascere ed esistere autosustanziandosi. Non si inventano nuovi principi di creazione, non c'è un nuovo "disegno scientifico del mondo". C'è un semplice "giocare a riscrivere le forme della Natura". Ma che non deve prendersi come gioco necessariamente positivo.

I quadri di Arianna Piazza possono essere visti allora come una lente: come uno strumento di ingrandimento di questi organismi viventi fantastici. D'altra parte, nella realtà, la stessa Microbiologia non fa altro che lavorare a ciò che è ingrandito al microscopio, mentre l'artista lavora su ciò che è ingrandito dalla fantasia.
I lavori presentano quasi sempre una forma-figura in primo piano che si staglia su un fondo mantenuto volutamente piatto, mosso da ampie pennellate che accennano ad una pittura gestuale e talvolta al dripping. Più recentemente compaiono dei cerchi colorati, più o meno grandi. Anche se le pennellate di fondo possono mescolare anche più di un colore (giallo e rosa, blu e verde, grigio e rosso) lo sfondo vero e proprio resta tendenzialmente su una tonalità. Prevalentemente sul bianco. Per cui l'effetto che si crea è quello di un organismo che più o meno velocemente è entrato nel campo visivo del quadro per rimanerci o per andarsene. Ma non solo: alle volte sembra essere di fronte a qualche non specificata connessione (neuronale? vaso-capillare? cellulare?) Questi "esseri" ora sono lenti, sospesi, come galleggianti, ora sembrano come schizzare nel quadro da fuori, spinti da chissà cosa, da chissà quale forza. E non sappiamo neppure dire precisamente dove essi siano: un luogo isolato, una zona, un "posto" qualsiasi, un angolo (di cosa?), sotto/sopra un groviglio (di cosa?). Dove sono?
Sono forme che se inizialmente si rifanno più alla morfologia degli esseri viventi come cellule, batteri, o comunque forme biologiche - come per esempio nei vari Ibrido n.3, n.5, n.6, in Sistema immunitario difettivo, o nella serie dei Microbi - via via si avvicinano a forme visive oggettuali, senza per questo riprodurre l'oggetto. In queste opere troviamo cioè un'indicazione, una forma-indice di qualcosa. Non a caso poi sono i titoli a far chiarezza: ad un "Senza titolo" segue sempre un'indicazione tra parentesi appunto. Come a suggerire, non certo a definire. Anche perché per quanto ci si possa riferire ad un oggetto di conoscenza comune non si trova mai di fronte l'oggetto nella sua descrizione morfologica precisa. Come detto, è pur sempre fantasia. Per cui, una "teiera" o delle "gambette femminili" non sono mai abbastanza tali.

Non meno importante dello studio della forma è l'uso dell'aerografo. Infatti, il particolare effetto di tridimensione di questi "esseri" è tutto dovuto ad esso, per cui diventano dei veri e propri corpi plastici che riescono a imporre se stessi nel fluttuo dello spazio indistinto. L'aerografo riesce cioè a renderne la densità, non solo il volume. Li rende gommosi, gelatinosi, qualcosa di simile ad un magma, ora più solido, ora più liquido. Ed in questa resa della densità il fondo informale ed indistinto si presta bene a ridarne lo slancio, anche perché molto spesso le linee suggeriscono una direzione spaziale di movimento. La tecnica usata è tendenzialmente mista, su tela, con una preferenza verso il colore acrilico, che nello sfondo diviene molto diluito e gestuale. I quadri del primo periodo si caratterizzano anche per l'uso della fusaggine (salice bruciato) che rende l'ambientazione "fumosamente plumbea".
Ma una piccola produzione riguarda anche opere su carta, che si sviluppa in due diversi momenti e con esiti differenti.
Tutto concorre all'accentuazione della densità di questi corpi, anche i rapporti cromatici. Le forme sono sempre cromaticamente ben definite nella loro massa con colori poco aderenti al reale. Spiccano blu, marroni, grigi opachi, verdi e viola, mentre i contorni sono sempre rimarcati con uno sfumato nero, ad accentuare lo slancio del "corpo" verso il primo piano.
Interessante è il fatto che i titoli delle opere nascono a conclusione del lavoro. Si lascia libera la creatività, la si sperimenta nelle sue forme e nei suoi colori, e alla fine si prende coscienza di ciò che si è fatto: una "muffa", un "intruso", una "smagliatura", una "scarpetta"… Per cui si può dire che il lavoro verte prima di tutto su una ricerca prettamente pittorica. La pittura in primis. (Anche se in realtà il processo di produzione dell'opera abbraccia anche la tecnica della fotografia).

Ma al di là dell'analisi di questa pittura non si può non percepire anche un senso di brio e allegria in questi "esseri". Certo, si toccano implicitamente vari temi come il rapporto uomo e natura, natura e scienza, uomo e scienza, senza risparmiarci dal gettare un'ombra "oscura" su tutto ciò. Si introduce forse ad un concetto di Natura sempre più artificiale, sempre più regolata dall'uomo e quindi sempre più costruita e sempre meno naturale. Ma se questo si fa, è senza troppi accenti catastrofici o apocalittici. E, semmai fosse, con il piglio di chi in questa "catastrofe" riesce comunque a trovar modo di esprimere la componente ludica insita nella creazione e nella vita. E' un mondo fantastico in cui si gioca alla possibilità della creazione.
D'altra parte, la stessa ricerca scientifica non potrebbe considerarsi come "gioco" di ipotesi, supposizioni, sperimentazioni?
Pittura che esprime tutto il gioco che sta nel creare, ma su cui inevitabilmente aleggia l'ombra del reale.
In ogni gioco che si rispetti infatti c'è sempre un cattivo.

Valeria Cassol













Arianna Piazza "S.T." 2008
acrilico su tela cm. 100 x 120











Arianna Piazza "S.T." 2009
tecnica mista su tela cm. 80 x 120











Arianna Piazza "intruso" 2008
acrilico su tela cm. 100 x 120











Arianna Piazza "muffa" 2008
acrilico su tela cm. 100 x 120









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