Perdersi.jpg) |
Gino Sabatini Odoardi
(Part.) Perdersi dentro un bicchiere d'acqua 2001
Legno, smalto, gesso, vetro,
cartina oceanografica
plastificata
cm. 45 x 60 x 11 cad.
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Gino Sabatini Odoardi
Si beve tutto ciò che si scrive 2002
Installazione: legno, smalto,
vetro, inchiostro
nero
dim. variabile
Courtesy Museo Laboratorio Università "La
Sapienza" - Roma |
Sibeve.jpg) |
Gino Sabatini Odoardi
(Part.) Si beve tutto ciò che si scrive 2002
Courtesy Museo Laboratorio (ex
Manifattura
Tabacchi) - Città Sant'Angelo
(Pe)
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Gino Sabatini Odoardi
Inchiostro Materno 2001
Legno, smalto, Biberon in plastica,
inchiostro
nero
cm. 8,5 x 23 X 8,5
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Gino Sabatini Odoardi
Ri/evocazione 2000
Plotter painting su tela, legno,
smalto,
vetro, vino
cm. 48 x 98 x 14 cad.
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La sostituzione di una scena insostituibile
Gino Sabatini Odoardi è molto
preciso, una
qualità. Là dove sembra esserlo
meno, dove
assume l'incertezza, o l'incedere
più instabile
e organico degli elementi naturali,
Gino
è impeccabile. Nell'ombra concreta
della
"scala", una fra le
opere che amo
di più, l'impalpabilità di un
fenomeno, di
un'ombra che deve esserci, ma
non c'è, è
dipinta, Gino coglie numerosi
temi e li espone
come dilemmi risolti. Con semplicità
conferisce
manualità a l'immagine, una fantasticheria
operata su la percezione abituale
delle cose.
E' un'acrobazia del linguaggio.
Gino vi compone
sostituzioni emblematiche, discretamente
l'arte entra in campo e conduce
il significato.
Qualcosa di simile avevo notato
nelle sue
prime opere. Un indumento si
traduceva in
una reliquia, nella consumazione
e fragranza
di un'antichità e una sacralità
consolidate.
La trasformazione di un materiale,
nelle
tecniche linguistiche, produce
un percorso
stupefacente verso l'identità
poetica. E'
l'immateriale trasformazione
di una materia
in un simbolo, che si svela proceduralmente.
Un nascere e crescere a vista.
La necessaria violenza su la
materia fa emergere
la strategia di un pensiero,
la forza congiunta,
mentale e manuale, al fine di
costruire la
'cosa', nota o riconoscibile,
integralmente
nuova. Produce 'meraviglia'.
In altri tempi
tale procedimento veniva proposto
come fine
ultimo dell'esercizio espressivo.
In cima
fioriva il senso gratuito, ma
pertinente,
della poesia.
Sabatini Odoardi coltiva un pensiero
costante
su l'andamento delle cose, a
cominciare dai
fenomeni più elementari, segnalando
il suo
tipo di osservazione, coinvolto
e distanziato.
Un cerchio che si apre, costruendo
riflessioni
ellittiche superiori. E' la sua
postazione
cognitiva: la feritoia di un
gabinetto sperimentale
quasi scientifico, da cui Gino
con mira coglie
il mondo e ne fa un uso consequenziale
logico,
prettamente intellettuale.
Gino per me è un classico, caso
raro. Deferente
verso l'azzardo del pensare daccapo,
cui
l'attività poetica sospinge chi
vi si accosta
sul serio, ha un 'a che fare'
frontale con
il linguaggio. Il pensiero vi
si rivela inflessibile,
un minerale, alla pari del linguaggio
cui
si arrende, ma permane duttile,
cioè dialettico,
come ogni elemento della terra.
Il giovane artista mette l'intero
mondo in
un bicchiere. Qualcosa da bere,
di cui avere
rispetto, un vino buono o infido,
inchiostro
da sorbire senza timidezze, materie
prime
di un intelletto prioritario,
cui Gino dà
molto ascolto o, semplicemente,
gli è fedele.
La registrazione di una cultura
artistica
e insieme ambientale, ciò che
gli è intorno,
Gino lo respira fisicamente.
La sua azione
rinvia a una scena non generica
di un mondo
oggettivo. Può essere criticato,
mai cancellato.
Non accade mai. E' un lavoro
che opera con
fermezza nella manipolazione
di una scena
insostituibile.
L'opera circola in un paesaggio
concreto,
voglio dire. Un circuito d'obbligo
vi impone
il significato. E' la materia,
o scena, consapevole,
di ogni sua azione espressiva.
Ne deriva che la sua può sembrare
la mano
di un conservatore di avanguardia,
in un
rapporto spregiudicato con le
cose di un
mondo tendenziamente stabile.
Di estrema
avanguardia, se il termine indica
la misura
vigile dell'economia linguistica
in una libertà
operativa senza limiti.
E' il modo legittimo di tradurre
il caso
di una nascita (la propria) nel
destino del
significato, quello della propria
formazione
(stavo per dire 'formulazione').
L'azione di Gino né è consapevole.
Persegue
dal vero i tratti di una mente,
la sua, che
non inurba più di tanto. La sua
arte non
è un luogo artificiale, ben collocata,
e
ben fatta, vigile, il camino
acceso. Non
è mai senza coordinate stellari,
mai proiettato
nella toponomastica dei 'non
luoghi' di chiara
fama. Si compone come tracciato
di una persona,
esente da ribellioni generazionali,
con uso
nitido dell'economia di un linguaggio
non
locale, fin dall'inizio esperto.
Penso e dico, Gino è un classico.
Un giovane
classico che parla il "moderno"
con accento proiettivamente gergale,
se fideisticamente
concluso, sintatticamente già
divenuto 'lingua'.
Un'attitudine 'romanza', da indagare.
L'Abruzzo è un paese complesso.
Sabatini
Odoardi vi è nato: paesetti asiatici
convivono
con paesetti svevi, su per le
montagne, dovuti
a schiavi fuggiti ai pirati,
e soldati disertori.
Una terra ferma, tra colline
grigie e verdi,
come scogli molto segreti, molto
pieni di
sirene.
La lingua di Gino opera come
un'assunzione
storica oggettiva.
L'Italia 'provinciale' entra
in scena. Basta
affrontare un qualsiasi percorso
montuoso
per comprendere il contenuto
non di proscenio
ma prospetticamente scenico del
retroterra
italiano. Un borgo o una cittadina,
relativamente
piccola, relativamente grande,
che sa di
esistere. Non senza presunzione,
quasi obbligatoria
in un'esperienza così variegata
e complessa,
ma completa. La provincia moderna
restituisce,
con dolcezza a portata di mano,
ciò che toglie
in eco e frastuono. Un che di
preservato,
è la vita stessa, di avventuroso
nelle escursioni
estere, tutte immancabilmente
con ritorno.
Il luogo di origine vi è fondamentale.
Nato
e cresciuto in più città d'Italia,
io ne
ho ammirazione. Non è un nuovo
strapaese,
la provincia italiana da tempo
è internazionale.
E' il vero luogo della vitalità
nascosta.
Quasi vi si dimostra, dal gelato
salubre
alla mostra d'arte, alla cura
spesso perfetta
dei ruderi, ai concerti esemplari,
alle frequentazioni,
una vitalità più interna, continentale,
non
esattamente urbana. La riflessione,
il colloquio,
sono edotti e profondi. La natura
non vi
è scomparsa. La cultura, anche
moderna, non
giace in una linea remota di
orizzonte, fa
capolino per le strade medievali
o seicentesche.
Parlo dell'Aquila, Abruzzo, ma
si pensi alla
Puglia, alla Sicilia, alla Calabria.
Nell'attualità
dei suoi abitanti è visibile
un gene in palese
crescita.
Mi auguro spesso che l'Europa
diventi la
più grande provincia d'Europa,
di una storia
che ha generato e patito, ma
che ne configura
immancabilmente l'identità, spesso
eccellente,
spesso malvagia, senz'altro profonda,
di
una natura coinvolta nella passione
dei secoli.
L'Europa ha creduto, a proprie
spese, nell'uomo
e nel mondo, in una parola nel
potere della
civiltà.
Un percorso da cui nessun indigeno,
credo,
può stimarsi estraneo, senza
destare immediati
sospetti di autismo storico,
forse reazionario,
forse mondano, forse velleitario:
una moderna
inverosimiglianza.
La volontà di Gino di inquadrare
e organizzare
linguaggi e impulsi della sua
epoca, come
sinonimo del suo concreto stare
tra le cose,
mi sembra poeticamente persuasiva.
La sua
applicazione persiste gentile,
ed è una forza
così decisa, che è persino ossessiva
nel
ritmo continuo.
Del mondo intorno produce una
planimetria
intelligente. L'io discreto,
ma esigente,
intransigente, di Gino, disposto
e indisposto,
un carattere forte, è la replica
non elusiva
agli interrogativi dell'insieme
sostanzialmente
informe che circonda lui come
tutti, nella
ricezione di un io deciso ad
essere mentalmente
ordinato, che è il suo.
La buona volontà in arte non
gode d'obbligo
il giusto premio. In questo giovane
artista
si traduce in un metodo, anzi,
senza ombra
di dubbio, in un talento decisivo,
di natura
razionale.
In una frase, o una sola parola,
Gino svolge
un discorso. Le sue opere rispondono
a una
proposizione che ha un termine
precedente
e un termine successivo, come
nelle sequenze
matematiche.
E' il suo racconto concettuale,
di sicuro
un percorso, che acquista peso
quanto più
disegna il suo campo, le mura
di una storia.
L'intuizione della meta come
tragitto della
poesia è noto, ma qui un dato
poco comune,
di ricerca nitida di verità,
se posso usare
il termine, è previsto. Si fa
sempre attendere.
Qualcosa di non secondario. Si
avvicina ogni
volta in modo stabile ma irrequieto,
ancorato
e aperto, però risolto, caso
per caso. Sabatini
Odoardi non rinuncia intellettualmente
all'intendimento
felice della vita. Non patisce
la modernità,
né la giovinezza, tende a dominarle
con ragione.
Il problema, più che le antinomie,
sono le
navigazioni. Un poeta sa navigarvi
in mezzo,
per un'idea dominante, il fine
occulto di
esprimere in una lingua fedele
e affidabile
l'esperimento di una vita come
vera esperienza.
L'arte ne ha libero accesso.
Crede al linguaggio
e, glielo deve, al mondo. Per
forza, dico,
oltre che per l'indelebile inclinazione
ad
esservi. L'arte, la più suicida,
lavora per
conto terzi. Un patto biologico
con il linguaggio
ne garantisce la facoltà e un'ombra
finale
di potere. Per sé, per gli altri,
e per chi
non so. Sostiene, quando riesce,
la gratuità
del suo esistere, ma sembra annoverarsi
tra
le azioni meno gratuite della
terra. Tende
a sostituire l'insostituibile:
il mondo come
è, compresa l'immaginazione di
ogni altro
mondo immaginabile. Le è proprio.
Mi accorgo di star disegnando
in modo troppo
rapido il tavolo del gioco. Per
spiegarmi
meglio dovrei ricominciare daccapo.
Chiedo
scusa.
Con intuito d'artista, l'intelligenza
di
Sabatini Odoardi conosce tale
situazione
dell'essere.
Esistente e inesistente, virtuale
e concreta,
certa e insicura, pura metafora
o dato elementare,
realtà fisica, l'arte e la realtà
si scrutano
con occhi opachi. Schermi o superfici
estranee
ed affini. In mezzo è l'artista
o il ritratto
d''artista', (non trovo altro
termine idoneo),
immagine o figura teoricamente
riflessa sul
serio esistente o, ed è uguale,
esistito.
Risiedere nel contrasto dei molti
crocevia,
restarvi in piedi tra le asperità
del percorso
è uno dei compiti abituali dell'arte.
Gino è bravo, è un fantasioso
centrattacco
(fa parte della sua biografia
la vita da
giocatore di football: vi si
manteneva agli
studi).
Non l'ho mai visto giocare, l'ho
visto esprimersi.
Posso immaginare come gioca,
i suoi goals
li ho contati.
Fabio Mauri
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Senzatitolo.jpg) |
Gino Sabatini Odoardi
(Part.) Senza titolo 2002
Legno, smalto, plastica, vetro,
vino, acqua
cm. 30 x 30 x 8 cad.
Courtesy galleria Studio Lipoli
& Lopez
- Roma
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Gino Sabatini Odoardi
Senza titolo 1995
Installazione: legno, acrilico,
punto luce
dim. variabile
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Gino Sabatini Odoardi
Senza titolo 2003
Installazione: legno, acrilico,
luce
dim. Variabile
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Gino Sabatini Odoardi
Senza titolo 2004
Installazione: legno, acrilico, luce
dim. Variabile
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Gino Sabatini Odoardi
Tonaca: 18 Maggio 1996 1996
Legno, stampa serigrafica su
tela di juta,
metallo inciso
cm. 80 x 160 x 6
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Gino Sabatini Odoardi
Game 2001
Acrilico su pagine dell'Osservatore
Romano
anni '30 - '40
cm. 45 x 62 cad.
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Gino Sabatini Odoardi
Opera concepita postuma 1997
Acrilico, creta bianca e carboncino
su tela
cm. 50 x 60
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Gino Sabatini Odoardi
10,7 KG. di Silenzio 1999
Scatola sigillata in marmo di Carrara, metallo inciso
cm. 20 x 20 x 20 cad.
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