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Lucia Leuci "Istèria", 2001
fotografia su supporto rigido,
cm 70x100 |
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Lucia Leuci "Istèria", 2001
fotografia su supporto rigido,
cm 70x100 |
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Lucia Leuci "Istèria", 1998
fotografia digitale su supporto
rigido, cm
70x100 |
"Fototensioni"
Nella folta pattuglia di "bad
girls",
di giovani artiste ironiche e
incazzate che
lavorano a ridefinire i contorni
della soggettività
femminile, Lucia Leuci si distingue
per la
particolarissima miscela di sfrontatezza
infantile e aggressività nascosta,
che percorre
la sua ricerca su un duplice
registro fotografico,
visivamente contrastante.
Da un lato, abbiamo sequenze
"seriose"
di autoscatti in dissolvenza,
esibizioni
del proprio corpo sui tempi lunghi
di un
movimento frenetico e nevrotico,
che sottrae
la fisicità carnale e cancella
i volti. Uno
scandaglio quasi ossessivo, in
cui la fotografia
diviene un modo per riappropriarsi
dello
sguardo su se stessa, e comunicare
un disagio
e un'irrequietezza certamente
personali,
ma anche tipici di un malessere
e di una
condizione generazionale e di
genere (la
serie, non a caso, s'intitola
"Histeria",
con palesi riferimenti psicoanalitici
ad
una malattia per molto tempo
considerata
peculiare delle donne).
Dall'altro scorre in parallelo
una vena più
ludica, agrodolce, che attinge
anche all'immaginario
mediatico. La Leuci costruisce
dei veri e
propri set artigianali e artificiali,
edulcorati
da patine cromatiche neopop,
caramellose
e sentimentali, fortemente allusive
all'universo
dell'infanzia. Come una bimba
che gioca a
far la donna, si traveste con
perle e guanti
da cucina, coccola il suo orsacchiotto
o
mette in scena, come alter-ego,
delle bambole
ed altri giocattoli. Una regressione
al passato,
per paura di crescere? Forse,
anche se il
gioco si fa duro e si tinge,
letteralmente,
di particolari inquietanti. L'orsacchiotto
è infatti trafitto da un coltello;
la bambola,
con passamontagna da rapina,
è riversa in
un lago di sangue sul selciato;
il camioncino
giallo giace tra simboliche uova
rotte… Il
glamour patinato dei colori,
la levigatezza
delle superfici digitali (senza
però post-interventi),
la familiarità leziosa delle
immagini, contrastano
dunque con la conflittualità,
sia pur seducente,
dei contenuti.
Tuttavia, in entrambi casi, il
discorso di
fondo è lo stesso. Allude infatti
in maniera
complementare ad una difficoltà
di comunicazione,
ad un disagio nella relazione,
metaforicamente
violenta, con l'altro sesso,
che fanno pendant
con la volontà di fuoriuscire
da un ruolo
femminile spesso imposto o passivamente
introiettato.
Sempre in bilico tra un' esigenza
di intimità
condivisa e il desiderio di sottrarsi,
la
nostra determinata ventiquattrenne
offre
così il suo peculiare contributo
a quella
"rivoluzione silenziosa"
che per
molte artiste della sua generazione
(e per
una preziosa avanguardia che
le ha precedute)
fa della pratica artistica uno
strumento
per ripensare il mondo a partire
dal proprio
vissuto, ed un processo di ridefinizione
della propria, precaria, identità:
in cui
l'esperienza privata assurge,
però, a più
ampia dimensione esistenziale.
Antonella Marino
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Lucia Leuci "Istèria", 1998
fotografia digitale su supporto
rigido, cm
70x100 |
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Lucia Leuci "Istèria", 2001
fotografia su supporto rigido,
cm 70x100 |
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Lucia Leuci "Istèria", 2001
fotografia su supporto rigido,
cm 70x100 |
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Lucia Leuci "Istèria", 2001
fotografia su supporto rigido
cm 70x100
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Lucia Leuci "Istèria", 2001
fotografia su supporto rigido
cm 70x100 |
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Lucia Leuci "Istèria", 2001
fotografia su supporto rigido
cm 70x100 |
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Lucia Leuci"Istèria", 2000
fotografiasu supporto rigido
cm 70x100
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