Piziarte Arte Contemporanea






Daniele Giuliani

URBAN

testo di
Donatella Lanciotti



20 maggio - 30 giugno 2006

inaugurazione sabato 20 maggio ore 18.30





















































































Immaginate una metropoli del nord Italia. Anzi no, immaginate una piccola cittadina di mare. Oppure no, immaginate uno sperduto raccordo autostradale in mezzo al niente. Poi immaginate l’ora tarda di una afosa notte estiva, quando il calore rende liquidi i contorni delle cose. Oppure immaginate un tardo pomeriggio piovoso del pieno inverno, quando l’unica cosa che vive al di fuori dei vetri dei finestrino dell’auto sono le luci delle altre auto, sfocate ma brillanti, nel nero lucido dell’asfalto bagnato e buio.

Immaginate un ingorgo, uno qualunque, uno di quelli da pendolari. E poi immaginate la desolazione di una strada vuota. Se riuscite ad immaginare tutto questo contemporaneamente, ecco, forse riuscite a vedere attraverso una delle immagini che Daniele Giuliani ci propone.

Sono immagini chiare, familiari, eppure contengono qualcosa che ci lascia perplessi, pensierosi. Sono strade che non portano da nessuna parte, e che eppure hanno un senso compiuto in se stesse. Sono strade che non raccontano di viaggi, ma degli istanti in cui sono state percorse. Strade che sanno di musica dall’autoradio, di notiziari flash, di vetri abbassati per buttare via la cicca di una sigaretta. Sono strade di utilitarie, strade che non hanno nulla a che vedere con le moto da Route 66, strade dove i fuoristrada si limitano ad arrampicarsi sui marciapiedi, strade dove le biciclette sono fuori contesto, dove il navigatore satellitare non ha senso, perche' la strada e' la stessa, da sempre. Come raccontava Luigi Tenco.

E come Luigi Tenco Daniele Giuliani riesce a catapultarci nella quotidianita' della vita, negli istanti di un “immaginato" comune, nella immobilita' delle azioni. Attraverso le sue immagini riesce a trasmettere i rumori, le percezioni, gli stati d’animo che si allacciano all’interno degli abitacoli delle auto. Talvolta, guardando le sue opere, viene spontaneo muovere la mano per cercare i tasti del riscaldamento, o il volume.

E’ una memoria a brevissimo termine, sbavata, imprecisa, quasi spontanea. Come la tecnica utilizzata dall’autore, lo spray, tecnica dove il contorno e' per sua natura sporco, sbavato, e va domato con le mani, va arginato, va addomesticato. Come un’ombra che passa velocemente al ciglio della strada, che lascia si una impronta sulla nostra retina ma che e' di difficile interpretazione, e che chiama in aiuto la razionalita', la memoria, la consuetudine per lasciarsi decifrare. E alla fine il lavoro di tutte le nostre sinapsi ci porta a riconoscere un gatto.

Daniele Giuliani gioca con i colori, li mortifica, li rende talmente indefinibili da essere unici. Ma questa loro unicita' non e' altro che l’epitome della vaghezza. Colori che possono essere tutto, carrozzerie scure, contrasti di ombre, architetture buie, e alla fine risultano non essere nulla di preciso. Solo atmosfere. Perche', ancora una volta, la strada percorsa di notte non regala colori, ma solo sagome veloci.

Sono pochi colori, in verita', perche' la notte asfaltata non lascia molto alla cromia. Ma sono colori che vogliono vivere, colori che si scontrano, che si sovrastano per attimi incessanti. Sono i pochi colori essenziali della notte: il nero del catrame, delle auto anonime al ciglio della strada; il giallo lancinante delle luci, degli aloni. Il resto, non esiste. Il rosso, il verde, l’azzurro, sono solo accennati, piccoli spunti di segnaletica stradale… Ad una strada, di notte, non servono i colori. Non e' un viaggio tra la campagna. Di una strada, di notte, non ricordiamo i colori.

Ricordiamo il freddo, la noia, la consuetudine. Gli stessi che descriveva Luigi Tenco. Una quotidianita' normale, non angosciante ma comunque cupa, una ripetitivita' che e' sintomo di punto di rottura, di presa di coscienza del sopraggiungere della crisi. Le strade di Daniele Giuliani prendono l’individuo e lo mettono in discussione con il mondo e con l’esistenza. Perche' lo costringono a guardare cio' che solito si limita ad attraversare. Lo costringono a guardare dentro l’obiettivo della telecamera di sorveglianza, ad ammettere il vuoto che continua nella strada dopo il proprio passaggio, e che e' la rappresentazione della inconsistenza di ciascuno. Lo costringono a vedere con fissita' cio' che di solito e' un contorno sfuggente e mobile alla propria vita.

In tutti questi paesaggi urbani, non e' la citta' ad essere protagonista, ma i suoi abitanti. Invisibili. I loro silenzi. La loro spersonalizzazione. La necessita' che esistano, per dare un senso ad una strada che tale non sarebbe, se non venisse percorsa.

Le sue immagini sono rassicuranti, perche' conosciute, perche' statiche. Sono calde. accoglienti. domestiche. Sono rassicuranti solo perche' uguali a se stesse. Uguali a come erano ieri. Uguali a come saranno domani. Strade dove il codice non cambia mai, e la linea bianca e i caldi colori delle vetrine illuminate significheranno sempre la stessa cosa. E quindi e' una immagine netta, ben definita, che ricordiamo, che si fissa nella nostra mente, riconoscibile ma non nitida. E’ un già visto del presente.

Sono istantanee urbane. Che non significa urbanistiche, perche' probabilmente neanche chi abita sopra ai luoghi da lui illustrati, con le sue penne a sfera, riuscirebbe a riconoscere in quei tagli fotografici la propria citta'. Nulla e' lasciato all’identificazione. I dettagli, se anche ci sono, non hanno un ruolo: sono talmente contestualizzati da essere solo parte dell'ambiente. E il risultato e' straniante: le strade le piazze, nate dall’uomo, nate per l’uomo, sopravvivono anche senza l’uomo. E’ una realta' innegabile, che costringe l’individuo ad ammettere la propria caducita', la propria aleatorieta'. La strada, che e' solo un tratto di quotidiano, un luogo nel quale si congiungono i tempi ed i modi di specifiche esistenze, ponte tra case, uffici, scuole, improvvisamente da strumento diventa protagonista. Acquisisce una propria dignita' che bellamente sbeffeggia l’essere umano, che non si cura della sua personalita', dei suoi tempi, dei suoi ricordi.

Donatella Lanciotti









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LA MOSTRA DI DANIELE GIULIANI CONTINUA NELLA SECONDA SALA


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